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FIGC, Gravina verso le dimissioni: ma basta con il solito giro di poltrone

Stefano Bagliani
Stefano Bagliani
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Caporedattore di Settecalcio.it
FIGC, Gravina verso le dimissioni: ma basta con il solito giro di poltrone

Il calcio italiano si trova davanti all’ennesimo bivio storico, prigioniero di un paradosso che vede i soliti nomi della politica sportiva pronti a scambiarsi le poltrone dopo il terzo fallimento Mondiale consecutivo. La riunione di oggi, 2 aprile 2026, segna il possibile capolinea dell’era Gravina, ma il rischio è un cambiamento che non cambia nulla.

Mentre il presidente federale riflette sulle dimissioni, il movimento invoca figure con competenze tecniche reali, capaci di rompere l’inchiodamento alle cariche che dura da decenni. Serve una sterzata decisa verso chi il campo lo ha vissuto, come Paolo Maldini, Roberto Baggio o Alessandro Del Piero, per rifondare basi ormai logore.

L’attuale crisi non è un evento isolato, ma il risultato di un processo di decadimento che si trascina da troppo tempo senza mai trovare una vera soluzione strutturale. Il sistema calcio sembra incapace di rigenerarsi, preferendo rifugiarsi in schemi del passato piuttosto che affidarsi a leader carismatici e competenti che abbiano respirato l’erba del prato verde.

Il bivio di Gravina e le pressioni del Governo

Il presidente Gabriele Gravina, rieletto nel febbraio 2025 con un plebiscitario 98% dei voti, si trova oggi isolato e sotto l’assedio delle critiche. La convocazione d’urgenza delle componenti federali — Serie A, B, Lega Pro, LND, allenatori e calciatori — servirà a misurare quanto sia rimasto di quel consenso bulgaro.

Secondo quanto riportato da Sky Sport, l’ipotesi più accreditata è quella di un passo indietro immediato, con nuove elezioni da indire entro la metà di luglio. Tuttavia, la pressione non arriva solo dall’interno: il Ministro dello Sport Andrea Abodi è stato categorico nel chiedere un rinnovamento radicale dei vertici, sottolineando l’esigenza di una profonda analisi di sistema.

La posizione della Serie A rimane l’ago della bilancia. Se il massimo campionato dovesse far mancare il proprio sostegno, per Gravina non ci sarebbe altra strada se non l’uscita di scena, nonostante la sua posizione come vicepresidente UEFA rimanga, per ora, l’unico salvagente istituzionale di rilievo internazionale.

Nonostante il fronte delle leghe minori appaia ancora formalmente compatto, il clima di sfiducia generale rende difficile immaginare un rilancio credibile. La politica sportiva italiana è maestra nel resistere alle tempeste, ma questa volta la portata del disastro tecnico sembra aver travolto anche le dighe burocratiche più resistenti.

I nomi del “nuovo” che avanza: Abete e Malagò

Il vero dramma della gestione sportiva italiana emerge non appena si iniziano a fare i nomi dei possibili successori. In pole position figurano Giancarlo Abete e Giovanni Malagò, figure che orbitano intorno alle stanze del potere calcistico e olimpico da decenni, rappresentando la continuità perfetta di un sistema che dichiara di voler cambiare.

Giancarlo Abete, attuale presidente della Lega Nazionale Dilettanti, ha già guidato la FIGC dal 2007 al 2014. Il suo ritorno al vertice confermerebbe l’incapacità del movimento di produrre volti nuovi, preferendo la sicurezza di un “usato garantito” che però non ha saputo evitare le prime grandi crisi del nostro calcio moderno.

Giovanni Malagò, ex presidente del CONI, gode del sostegno pubblico di Aurelio De Laurentiis e di una parte della Serie A. Sebbene rappresenti una figura di alto profilo manageriale, la sua candidatura rientra perfettamente in quella logica di scambio di ruoli che non tiene conto della competenza tecnica specifica richiesta per gestire una federazione in macerie.

Il paradosso è evidente: per allenare una squadra di un certo livello occorre aver praticato il calcio ai massimi livelli e possedere patentini specifici, mentre per dirigere l’intero movimento nazionale non sembra necessaria alcuna esperienza di campo di spessore. Questa asimmetria decisionale è alla base delle scelte fallimentari che hanno portato l’Italia fuori dall’élite mondiale.

La necessità di una rifondazione tecnica

La via d’uscita non può essere rappresentata dai soliti burocrati, ma da chi ha saputo distinguersi per capacità dirigenziali partendo dalla propria base tecnica. Paolo Maldini è il profilo che più di ogni altro incarna questa sintesi: carisma internazionale, conoscenza profonda delle dinamiche di spogliatoio e provate doti da manager.

Affidare la FIGC a figure come Maldini, Del Piero o Baggio significherebbe finalmente mettere l’aspetto tecnico al centro del progetto di rinascita. Questi leader hanno la credibilità necessaria per dialogare con i club e con le istituzioni internazionali, portando una visione che va oltre la semplice gestione dei diritti TV o dei bilanci.

Rifondare il calcio italiano significa smetterla con lo scambio di favori tra le varie leghe e iniziare a investire seriamente sui settori giovanili e sulla formazione. Un cambiamento reale deve passare per l’eliminazione dei privilegi di chi occupa la poltrona da una vita, aprendo le porte a una generazione di dirigenti che conosca il sapore della vittoria e della sconfitta sul campo.

Se la strada scelta sarà ancora una volta quella del commissariamento o del ritorno al passato, non cambierà assolutamente nulla. Il rischio concreto è che tra qualche anno ci ritroveremo a commentare l’ennesima esclusione, chiedendoci ancora una volta come sia possibile che un Paese con la nostra storia calcistica sia diventato una comparsa nel panorama globale.

Cosa significa questo scenario per il futuro del pallone

La scelta tra dimissioni e rilancio non è solo una questione di nomi, ma di dignità. In un Paese normale, un presidente federale che fallisce la qualificazione mondiale per due volte consecutive (la prima fu con Tavecchio) non avrebbe nemmeno bisogno di convocare una riunione: le dimissioni sarebbero l’unica conseguenza logica e immediata di un fallimento così macroscopico.

Restare ancorati al potere cercando di “rilanciarsi” affiancando un ex calciatore come figura di facciata sarebbe l’ennesima beffa ai danni dei tifosi. Serve un ribaltone vero, dove chi ha fallito si fa da parte e chi ha le competenze tecniche per ricostruire viene messo nelle condizioni di operare senza i lacci della politica sportiva tradizionale.

Il futuro della FIGC si decide in queste ore concitate. Se prevarrà la logica dell’autoconservazione, vedremo Malagò o Abete sedersi sulla sedia di Gravina in un gioco di sedie musicali che ha ormai stancato l’opinione pubblica. Se invece ci sarà coraggio, potremmo vedere finalmente un campione del calibro di Maldini alla guida della riscossa.

La speranza è che il Ministro Abodi e il presidente Buonfiglio non permettano un semplice “maquillage” istituzionale. Il calcio italiano ha bisogno di un trapianto di cuore, non di una rinfrescata alla facciata, per tornare a essere competitivo e rispettato in tutto il mondo, evitando che il 2032 rimanga l’unico obiettivo di sopravvivenza.

Conclusione della crisi e prospettive immediate

In conclusione, la fine dell’era Gravina appare segnata, ma il pericolo di un “gattopardismo” calcistico è quanto mai concreto. I nomi di Abete e Malagò rappresentano la zona di comfort di un sistema che ha paura del futuro e della competenza tecnica, preferendo la fedeltà politica alla capacità di innovare.

La vera rivoluzione passa per il superamento delle vecchie logiche di appartenenza. Paolo Maldini, Roberto Baggio e Alessandro Del Piero non sono solo figurine da esporre, ma risorse umane e professionali che il sistema ha il dovere di coinvolgere se vuole davvero uscire dal tunnel in cui è precipitato dopo il successo europeo del 2021.

Il Consiglio Federale della prossima settimana sarà la prova del nove per capire se esiste ancora un briciolo di dignità tra i dirigenti italiani. Se l’unica risposta sarà il riciclo di figure già viste, vorrà dire che il calcio italiano ha deciso consapevolmente di continuare a sprofondare, ignorando le grida d’aiuto che arrivano da ogni componente del movimento.

Ora la parola passa ai fatti. Le chiacchiere sui provvedimenti mai agevolati dalla politica o sugli episodi arbitrali sfortunati sono alibi che non reggono più. Serve un progetto tecnico serio, guidato da chi il calcio lo conosce davvero, per ridare all’Italia il posto che merita nel panorama mondiale della disciplina più amata del pianeta.