Le recenti dichiarazioni rilasciate da Suwarso, presidente del Como, hanno riacceso i riflettori sui costi proibitivi dei calciatori italiani e sulle rigide normative finanziarie imposte dalla FIGC che regolano le compravendite interne. Il club lariano, che ha appena conquistato una storica qualificazione alle prossime Coppe europee tra Champions ed Europa League, si trova ora a dover gestire la complessa transizione verso il calcio internazionale. Questa nuova dimensione sportiva obbliga la società lombarda a fare i conti con i vincoli economici nazionali proprio nel momento in cui deve obbligatoriamente adeguare la propria rosa ai rigidi parametri continentali.
L’approdo nelle competizioni europee ha fatto emergere esplicitamente tre problemi rilevanti per il futuro a breve termine del Como: la gestione dello stadio, il fair play finanziario e la composizione delle liste UEFA. Per quanto riguarda l’impianto di gioco, la dirigenza ha indicato il Mapei Stadium come sede temporanea per ospitare le partite casalinghe internazionali, in attesa dei necessari lavori di adeguamento del Sinigaglia. Sul fronte economico, a partire dal mese di marzo, il club entrerà sotto la lente d’ingrandimento della Camera di Controllo della UEFA, dalla quale dovrebbe ricevere un “settlement agreement” formale.
Questo piano di rientro avrà l’obiettivo di regolamentare i conti e il passivo strutturale generato in questi anni, dilazionando il percorso in un arco temporale di tre o quattro stagioni. Si tratta di un percorso di conformità finanziaria sulla falsariga di quanto già sperimentato in passato in Italia da altre società di prima fascia come la Roma e la Juventus. Il terzo grande ostacolo è rappresentato dalle liste UEFA, che impongono un limite massimo di venticinque calciatori in rosa con l’obbligo tassativo di includere almeno otto giocatori di nazionalità italiana.
Il vincolo delle liste UEFA e la caccia ai calciatori italiani
Di questi otto atleti, quattro devono essere cresciuti direttamente nel vivaio del club e quattro nei settori giovanili di altre squadre affiliate alla Federazione italiana. La massima istituzione calcistica europea non ammette deroghe: se un club non possiede tali tesserati non può sostituirli, vedendosi costretto a decurtare il numero complessivo dei partecipanti alla competizione. La presenza della cosiddetta “lista B” per i giovani del vivaio con almeno due anni di permanenza, seppur aggiornabile, non basta da sola a compensare queste pesanti carenze strutturali.
È in questo preciso scenario che si innestano le parole del presidente Suwarso, il quale ha ammesso l’interesse per profili importanti come Orsolini, Bastoni, Dimarco, Venturino, Cambiaghi e Pellegrini della Lazio. Il patron del Como ha specificato che il club non può permettersi tali investimenti poiché i calciatori italiani risultano troppo costosi e non è possibile dilazionare i pagamenti secondo le consuetudini desiderate. La società sta attualmente crescendo quattro o cinque giovani del proprio vivaio con la speranza di promuoverli presto in prima squadra, ma il gap immediato va colmato sul mercato.
Il problema denunciato non risiede nel valore intrinseco dei singoli atleti, ma nelle rigidità normative del calciomercato italiano nate in passato per volontà della stessa FIGC. Queste regole, introdotte per tutelare finanziariamente il sistema dai club inadempienti, nel corso del tempo hanno finito per creare una profonda disparità operativa rispetto alle trattative con l’estero. Per fare chiarezza tecnica su questo fenomeno, occorre analizzare l’impianto normativo che la FIGC ha formalizzato e strutturato in modo definitivo in un arco temporale compreso tra il 2010 e il 2016.
Il funzionamento tecnico della stanza di compensazione FIGC
L’architettura di questo lavoro giuridico si fonda sulla cosiddetta “stanza di compensazione FIGC”, un sistema centralizzato che regola in modo ferreo tutti i pagamenti relativi ai trasferimenti tra club italiani. Questo organo registra i crediti e i debiti reciproci generati dalle varie operazioni di mercato, verificando la sostenibilità finanziaria delle società prima di concedere il definitivo visto di esecutività. All’atto dell’acquisto di un calciatore, il club acquirente deve corrispondere un anticipo, definendo poi le scadenze temporali ed economiche delle rate successive fino al saldo finale dell’operazione.
I limiti imposti dalla Federazione sono estremamente stringenti: la dilazione massima delle rate non può superare i cinque anni e ogni singola quota deve essere pari al dieci per cento del debito residuo. Questa regola serve a evitare che la gran parte del pagamento venga posticipata pericolosamente al momento del saldo finale, tutelando la stabilità dei flussi di cassa dei club venditori. L’elemento più critico dell’intero processo scatta se il club acquirente non ha maturato sufficienti crediti da cessione per un importo pari all’operazione che intende portare a termine.
In questo caso specifico, la Federazione richiede obbligatoriamente una garanzia fideiussoria, di natura bancaria o assicurativa, a copertura totale dell’importo eccedente i crediti disponibili. La fideiussione viene emessa dagli istituti finanziari solo a fronte di solide garanzie patrimoniali fornite dai club, come liquidità, asset societari o flussi di cassa futuri già certificati. Questo meccanismo di controllo preventivo riduce drasticamente il rischio di insolvenza nel sistema nazionale, e infatti pochissimi club di Serie A e B sono andati in crisi per questa ragione.
Cosa significa il vincolo finanziario per la gestione del Como
Tuttavia, le parole del presidente del Como non devono essere male interpretate: il blocco non è legato esclusivamente allo status o alla nazionalità dei calciatori italiani. La stanza di compensazione opera indistintamente per qualsiasi transazione economica che avvenga tra due società iscritte ai campionati professionistici della Federazione Italiana Giuoco Calcio. L’obbligo di presentare una fideiussione costringe il Como a bloccare ingenti risorse finanziarie che non possono così essere spese per altri calciatori o per la progettualità complessiva del club.
In parole povere, l’erogatore della garanzia blocca la capacità di spesa immediata della società per tutta la durata delle rate concordate, limitandone fortemente la flessibilità strategica. Nei trasferimenti internazionali verso l’estero questa rigidità normativa non esiste, poiché il sistema è completamente decentralizzato e basato sulla prevalenza della negoziazione privata tra i club. Le federazioni straniere si limitano a verificare la regolarità del contratto di trasferimento, senza entrare direttamente nel merito dei flussi finanziari o richiedere il congelamento di patrimoni.
Ciò consente ai club europei di mantenere la propria capacità finanziaria totalmente libera, garantendo una maggiore flessibilità nel flusso di cassa e una propensione all’uso della leva finanziaria. Si genera così un’eviciente asimmetria competitiva che penalizza le società italiane, costrette a immobilizzare denaro liquido a differenza dei loro diretti concorrenti sui mercati internazionali. Una soluzione strutturale a questa disparità potrebbe arrivare in futuro attraverso l’estensione globale della camera di compensazione della FIFA, attiva dalla fine del 2022.
Le possibili soluzioni istituzionali tra FIFA e consorzi
Attualmente, questo organo internazionale opera esclusivamente nella gestione dei premi di formazione e di solidarietà legati ai trasferimenti dei calciatori oltre i confini nazionali. Il suo raggio d’azione non comprende ancora il regolamento dei flussi finanziari complessivi delle operazioni, lasciando intatte le difformità normative tra i vari campionati del mondo. Siamo di fronte a un caso raro in cui un comportamento virtuoso e prudenziale della FIGC, volto a prevenire i rischi in un contesto domestico fragile, genera un danno alla competitività estera.
Il presidente della Lega di Serie A, Simonelli, ha proposto di superare lo stallo attraverso un consorzio di garanzia guidato dal Credito Sportivo Italiano, ma si tratterebbe di una soluzione ponte. La risoluzione definitiva spetta alla FIFA di concerto con la UEFA, le quali dovrebbero eliminare le difformità operative tra i vari campionati nazionali per livellare il campo da gioco. Questa armonizzazione globale potrebbe però scontrarsi con le dure opposizioni delle singole Leghe nazionali, gelose della propria storica sovranità operativa ed economica.
Il dibattito politico sportivo ricorda da vicino le tensioni e le bagarre viste in questi anni all’interno dell’Unione Europea tra i singoli Stati membri e gli organi centrali di Bruxelles. Nel frattempo, secondo quanto analizzato dagli esperti di Notiziario del Calcio, il Como dovrà muoversi all’interno di queste forche caudine burocratiche per allestire una squadra competitiva capace di onorare al meglio il suo storico debutto europeo. I verdetti finali, come sempre, spetteranno alle dinamiche del rettangolo verde.



