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Brasile e fuoriclasse: perché stanno scomparendo gli iconici soprannomi?

DiStefano Bagliani·Pubblicato
Brasile e fuoriclasse: perché stanno scomparendo gli iconici soprannomi?
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Il calcio romantico legato alle storiche favole sudamericane sta vivendo una profonda mutazione antropologica che tocca da vicino l'identità visiva dei suoi protagonisti più attesi sul rettangolo verde.

La parabola della Nazionale verdeoro evidenzia come nel panorama contemporaneo la quasi totalità dei nuovi talenti scenda in campo portando sulla maglia il proprio nome e cognome anagrafico.

La fine di un'era per la Seleção brasiliana

Scorrendo la lista dei convocati del commissario tecnico Carlo Ancelotti, la presenza di nomignoli bizzarri nati nelle strade o legati a stravaganti aneddoti d'infanzia è ormai ridotta a pochissime tracce sbiadite.

I casi di Neymar, Endrick, Raphinha o Vinicius Jr. non rappresentano veri e propri soprannomi storici, bensì semplici diminutivi o combinazioni del nome di battesimo registrato all'anagrafe.

La tradizione che ha reso immortali campioni del passato come Pelé, Garrincha, Dunga, Zico, Viola o Müller sembra aver ceduto definitivamente il passo a una rigida formalizzazione burocratica.

La burocrazia dei settori giovanili e le regole FIFA

La prima causa di questo cambiamento radicale va rintracciata nelle architetture amministrative che governano il calcio giovanile fin dalle categorie dei pulcini nei club più importanti del Paese.

I processi di schedatura internazionale impongono che ogni atleta venga registrato nei documenti ufficiali FIFA attraverso le proprie generalità anagrafiche, congelando la nascita di storici pseudonimi fin dall'infanzia.

Un tempo le intuizioni dei compagni di squadra o i racconti dei familiari creavano l'identità sportiva del ragazzo, mentre oggi i contratti federali pretendono la massima trasparenza legale per evitare contenziosi.

Il fattore globalizzazione e la creazione del brand

Il secondo elemento decisivo è legato alla globalizzazione economica e alla necessità per i procuratori di costruire un marchio commerciale solido e facilmente riconoscibile sul mercato europeo.

Fino agli anni '80 il dualismo tra i campionati europei e sudamericani permetteva ai calciatori di mantenere una forte impronta folkloristica, come dimostrano i mitici trascorsi di Falcão o Geronimo Barbadillo.

Oggi il trasferimento verso l'Europa avviene in età precocissima, spingendo gli agenti a presentare i quindicenni con il loro nome formale per non confondere gli osservatori stranieri poco avvezzi alle usanze brasiliane.

I vecchi nomignoli nati per una battuta rischierebbero di compromettere le strategie di marketing legate ai videogiochi, alle grafiche televisive e alle sponsorizzazioni dei grandi marchi dell'abbigliamento sportivo.

Gli ultimi baluardi nel campionato Brasileirão

Una parziale controprova di questa tendenza si registra all'interno del Brasileirão, dove tra i calciatori che non sono entrati nel circuito europeo sopravvivono ancora alcune denominazioni decisamente bizzarre.

Gli appassionati locali conoscono bene profili bizzarri come Yago Pikachu, Wellington Rato, Gustavo Mosquito, Everton Cebolinha, Gatito Fernández, Tiquinho Soares o Lucas Piton.

Tuttavia, come evidenziato dalle analisi statistiche delle principali fonti giornalistiche, persino in questi casi il nome di battesimo o il cognome ufficiale tendono a resistere stabilmente accanto al nomignolo animalesco.

L'eccezione assoluta è rappresentata da Ganso, giocatore che appartiene però a una generazione calcistica precedente, essendo un classe 1989 salito alla ribalta ai tempi dell'hype giovanile nel Santos.

Cosa significa questa normalizzazione per il calcio

La scomparsa dei vecchi soprannomi simboleggia l'avvenuta transizione del calcio brasiliano verso un modello industriale maturo, dove l'immagine dell'atleta deve rispondere a precisi standard aziendali globali.

Il fascino romantico di storie come quella di Kakà, il cui nome d'arte nacque semplicemente dal modo in cui il fratellino storpiatone l'originale, non trova più spazio nei piani industriali dei top club.

La standardizzazione dei nomi rappresenta il prezzo da pagare per un sistema che fattura miliardi di euro e che necessita della massima linearità nella gestione dei diritti d'immagine dei propri assistiti.

La conclusione e l'eredità dei ricordi

Agli appassionati non resta che attingere a una sterminata aneddotica del passato, custode di un'epoca in cui le distanze geografiche e culturali tra i continenti apparivano decisamente più marcate rispetto a oggi.

Il ricordo di quelle storiche figure pittoresche come Cafù, Hulk o Vampeta rimarrà impresso nella memoria collettiva, come una splendida istantanea di un calcio più ruspante che non tornerà più.

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Autore

Stefano Bagliani
Stefano Bagliani

Caporedattore

Caporedattore di SetteCalcio.it | Giornalista Pubblicista iscritto all’Ordine dei Giornalisti dell’Umbria

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