Quarantasei punti in 26 giornate, quattro sconfitte nelle ultime cinque partite e quindici gol incassati nello stesso arco di gare. I numeri certificano la crisi della Juventus, oggi al peggior rendimento in campionato degli ultimi quindici anni.
La sconfitta interna contro il Como ha aggravato una situazione già compromessa. Fuori dalla Coppa Italia, quasi estromessa dalla Champions League e con la qualificazione europea ancora da blindare, la squadra vive un passaggio delicatissimo della stagione.
Una striscia che pesa come un macigno
Il momento nero non nasce all’improvviso. La caduta di Bergamo è costata l’eliminazione dalla coppa nazionale, poi sono arrivati il pareggio con la Lazio, la sconfitta a San Siro e il tracollo europeo contro il Galatasaray.
Cinque partite, un solo punto raccolto e quindici reti subite: un dato che racconta più di qualsiasi analisi tattica. Se contro Atalanta e Lazio almeno la prestazione aveva offerto segnali incoraggianti, le ultime uscite hanno evidenziato fragilità strutturali.
Il primo tempo in Turchia aveva lasciato intravedere competitività anche in un contesto complicato. Poi la ripresa e l’intera gara contro il Como hanno mostrato una squadra scarica mentalmente e vulnerabile in difesa.
In campionato, la classifica resta ancora agganciata alla zona europea, ma il margine si assottiglia. La continuità, finora, è stata il grande assente di questa stagione.
Un confronto impietoso con il passato
Il paragone con gli ultimi quindici anni è inevitabile. Per ritrovare un bottino peggiore dopo 26 giornate bisogna tornare alla stagione 2010/11, quando la Juventus guidata da Luigi Delneri aveva raccolto 41 punti.
Negli anni successivi, la crescita è stata evidente: dai 72 punti della stagione 2018/19 con Massimiliano Allegri ai 63 dell’annata dello scudetto con Maurizio Sarri. Anche nelle stagioni più travagliate, il rendimento era superiore a quello attuale.
Con Andrea Pirlo in panchina, nel 2020/21, i punti erano 55. Due anni fa, ancora con Allegri, 57. Numeri che rendono evidente la flessione odierna.
La differenza non è solo statistica, ma qualitativa. Allora c’erano certezze consolidate, oggi il progetto tecnico appare in costruzione, con un’identità ancora da definire pienamente.
Errori di mercato e scelte da non sbagliare
La società non ha rinunciato a investire, ma il rendimento di alcuni acquisti non ha rispettato le aspettative. Il problema, però, non può essere ridotto a una sola responsabilità.
Scaricare tutto sull’allenatore sarebbe una scorciatoia rischiosa. Luciano Spalletti ha ereditato una situazione complessa e sta cercando di dare un’impronta riconoscibile alla squadra.
Cambiare ancora guida tecnica significherebbe ripartire da zero, con l’ennesima rivoluzione. Una scelta che negli ultimi anni non ha portato stabilità né risultati duraturi.
La priorità dovrebbe essere costruire una rosa più coerente con le idee dell’allenatore, evitando interventi frammentari e correzioni continue.
Cosa significa per il finale di stagione
La Juventus è a un bivio. Restano ancora partite per raddrizzare il campionato e inseguire un piazzamento utile per la prossima Champions League, ma servirà una svolta immediata.
Il calendario non concede tregua e la pressione ambientale cresce. Le ultimissime raccontano di un gruppo che prova a compattarsi, ma il campo sarà l’unico giudice credibile.
Il rischio è quello di rivivere stagioni di transizione già viste nel passato recente. L’opportunità, invece, è trasformare la crisi in punto di partenza per una ricostruzione solida.
La scelta più logica appare la continuità tecnica. Collaborare con Spalletti, correggere gli errori e rafforzare l’organico potrebbe essere l’unico modo per evitare un nuovo salto nel buio e riportare la Juventus stabilmente ai vertici della Serie A.






