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Serie A e B, proprietà straniere verso il 50%: l’Italia cambia volto

DiStefano Bagliani·Pubblicato

Il calcio italiano accelera verso una nuova geografia societaria. In Serie A e Serie B sono 19 su 40 i club controllati da investitori esteri, con una netta prevalenza dei capitali statunitensi. È il quadro tracciato da un’analisi de Il Sole 24 Ore.

Serie A e B, proprietà straniere verso il 50%: l’Italia cambia volto
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La Serie A e la Serie B si avvicinano a una soglia simbolica: quasi la metà dei club professionistici dei due principali campionati italiani è ormai controllata da proprietà straniere. Secondo l’analisi pubblicata da Il Sole 24 Ore, sono 19 su 40 le società finite nell’ultimo decennio nell’orbita di investitori esteri, con quasi l’80% dei casi riconducibile a capitali statunitensi.

Il fenomeno si inserisce in un processo più ampio di trasformazione del calcio europeo. L’americanizzazione del sistema non riguarda soltanto la dimensione sportiva e culturale, ma soprattutto quella economico-finanziaria. La crisi provocata dalla pandemia ha aggravato i problemi dei club italiani, rendendo il movimento più permeabile all’ingresso di capitali provenienti dall’estero.

Serie A, gli Stati Uniti dominano la nuova mappa delle proprietà

Nel massimo campionato la presenza americana è ormai particolarmente rilevante. L’Atalanta è controllata dal 2022 dalla cordata guidata da Stephen Pagliuca, co-chairman di Bain Capital, che detiene la maggioranza della holding La Dea, mentre alla famiglia Percassi è rimasta una quota di minoranza insieme alla gestione operativa del club.

Il Milan è nelle mani di RedBird Capital Partners di Gerry Cardinale, subentrato al fondo Elliott. L’Inter è invece controllata da Oaktree, fondo che ha preso il posto di Suning dopo l’escussione del pegno sul finanziamento concesso al gruppo cinese. Due operazioni che hanno segnato in maniera profonda il cambiamento degli equilibri proprietari del calcio italiano.

Anche la Roma appartiene dal 2020 a una proprietà statunitense, quella della famiglia Friedkin, imprenditori texani legati principalmente al settore automobilistico e al business Toyota negli Stati Uniti. La Fiorentina è passata nel 2019 a Rocco Commisso e alla sua famiglia, mentre il Bologna era stato rilevato già nel 2014 dall’italo-canadese Joey Saputo, proprietario di uno dei maggiori produttori di latticini al mondo.

Un altro caso significativo è quello del Parma. Il Krause Group ha acquistato il club nel settembre 2020, rilevando inizialmente la maggioranza da imprenditori locali e arrivando nel 2024 a detenere il 99% delle quote. L’ultima operazione riguarda invece il Frosinone, acquistato dal fondo statunitense Clara Vista Investment Partners.

Frosinone, Monza e Venezia: la spinta americana continua

L’operazione Frosinone, secondo quanto riportato nell’analisi de Il Sole 24 Ore, prevede l’acquisizione dell’80% della società e del 51% della società proprietaria delle infrastrutture e dello stadio Stirpe. Il valore dell’operazione è di 41,5 milioni di euro. Maurizio Stirpe mantiene il 20% e resta alla guida del club durante la fase di transizione.

La presenza statunitense in Serie A si è ulteriormente allargata con le due promozioni dalla Serie B di Monza e Venezia. Il Monza è passato dalla famiglia Berlusconi agli americani di Beckett Layne Ventures, mentre il Venezia era stato acquistato nel febbraio 2020 da una cordata statunitense attraverso la società Newco 2020 LLC.

Nel club lagunare, lo scorso maggio, è entrato con una quota di minoranza anche un altro veicolo di investimento, che ha apportato fondi per 100 milioni di euro ed è guidato dagli americani Tim Leiweke e Francesca Bodie, diventata la nuova presidente.

Il quadro della Serie A non è però esclusivamente americano. Il Cagliari presenta una proprietà mista italo-americana: il gruppo chimico Fluorsid Group di Tommaso Giulini conserva il 51% delle quote, mentre il restante 49% appartiene a un fondo di investitori statunitensi guidato da Maurizio Fiori e Prashant Gupta, entrato nel capitale attraverso la holding Praxis Capital Management.

Restano poi due società con proprietà straniere provenienti da altre aree geografiche. Il Genoa è controllato dal dicembre 2024 dall’imprenditore romeno Dan Șucu, mentre il Como appartiene dal 2019 alla famiglia indonesiana Hartono, tra le più ricche dell’Asia. Un percorso che ha accompagnato il club dalla Serie D fino alla Champions League.

Anche la Serie B apre le porte agli investitori internazionali

Il cambiamento non riguarda soltanto il massimo campionato. La Serie B, storicamente legata in misura maggiore agli imprenditori del territorio, è diventata anch’essa terreno di investimento per capitali internazionali. Attualmente sono sei i club della categoria riconducibili a proprietà estere o fondi internazionali.

Il Cesena è controllato da Jrl Investment Partners, riconducibile ai due investitori newyorkesi Robert Lewis e John Aiello, che hanno completato l’acquisizione nel 2022. L’Hellas Verona è stato acquistato nel gennaio 2025 da Presidio Investors, società di private equity con sede ad Austin, in Texas, guidata dal presidente Christian Puscasiu e dal presidente esecutivo Italo Zanzi.

Il Pisa appartiene invece al finanziere britannico naturalizzato americano Alexander Knaster, che nel gennaio 2021 ha acquistato il 75% della società. Il restante 25% è rimasto alla holding della famiglia Corrado. Anche in questo caso emerge dunque un modello proprietario nel quale il capitale internazionale assume un ruolo centrale.

A Palermo la situazione è ancora diversa. Il club è entrato nel 2022 nel City Football Group, diventando parte della galassia che fa capo alla Newton Investment and Development LLC, società registrata ad Abu Dhabi e interamente controllata dallo sceicco Mansour bin Zayed Al Nahyan. Il 17% appartiene invece al fondo statunitense Silver Lake.

Sampdoria ed Empoli completano il quadro

La Sampdoria è controllata dall’imprenditore di Singapore Joseph Tey, che ha acquisito il controllo totale del club blucerchiato attraverso la holding Blucerchiati Spa, rilevando le quote dell’ex presidente Matteo Manfredi. Un’altra realtà storica del calcio italiano si trova quindi oggi all’interno di una struttura proprietaria internazionale.

L’Empoli potrebbe essere il prossimo ingresso nella lista. Il club toscano ha reso noto all’inizio di luglio di aver firmato un accordo di esclusiva con un fondo americano per la vendita di una quota importante del capitale sociale. Se l’operazione dovesse concretizzarsi, terminerebbe una gestione durata 35 anni sotto la guida della famiglia Corsi.

Sarebbe un passaggio particolarmente significativo perché la famiglia Corsi rappresenta uno degli ultimi esempi del modello del presidente-imprenditore proveniente direttamente dal territorio. L’eventuale cessione confermerebbe la progressiva trasformazione del sistema proprietario anche in società che per decenni hanno avuto una forte identità locale.

Secondo l’analisi de Il Sole 24 Ore, il dato complessivo delle 19 proprietà estere su 40 club di Serie A e Serie B restituisce quindi una fotografia molto diversa rispetto al passato. Il calcio italiano non è più un sistema nel quale il capitale straniero rappresenta un’eccezione: è diventato una componente strutturale.

In Europa le proprietà Usa sono quasi triplicate dal 2020

La trasformazione italiana va inserita in un contesto europeo ancora più ampio. Nel 2020 erano 44 i club europei con proprietà americana. Sei anni più tardi, secondo i dati forniti al Sole 24 Ore dal Cies Sports Intelligence, sono diventati 119.

Il percorso di crescita è stato particolarmente rapido. Nel 2021 i club europei con proprietà americana erano 58, nel 2022 erano saliti a 73 e nel 2023 avevano raggiunto quota 92. Il 2024 ha rappresentato un anno di sostanziale stallo, con soltanto tre nuovi ingressi, ma nel 2025 il numero è arrivato a 113.

Oggi i club con proprietà statunitense sono dunque 119, pari al 56% delle 212 società europee appartenenti a federazioni continentali che hanno una proprietà extraeuropea. Numeri che mostrano quanto il fenomeno sia ormai strutturale e non più limitato a singole operazioni.

L’Italia, dopo la Premier League, rappresenta secondo il quadro riportato da Il Sole 24 Ore uno dei mercati europei più esposti a questo flusso di capitali. Il fenomeno si intreccia anche con quello delle multiproprietà internazionali, attraverso holding e gruppi che controllano contemporaneamente club appartenenti a campionati e Paesi differenti.

Perché gli investitori americani guardano al calcio europeo

Le ragioni dell’interesse statunitense sono soprattutto economiche. Un club della NFL o della NBA può costare almeno 3-4 miliardi di dollari e il numero delle franchigie è limitato. Nel calcio europeo, invece, l’accesso a società storiche può essere molto più economico e offrire, secondo gli investitori, margini di crescita considerevoli.

L’analisi de Il Sole 24 Ore sottolinea proprio questa differenza di prospettiva. Gli investitori americani considerano il calcio europeo un sistema con ampi spazi di sviluppo sul fronte dei ricavi. Un club NBA, secondo un riferimento riportato dal Financial Times, vale oggi oltre quattordici volte i propri ricavi, mentre un top club europeo si ferma a circa quattro volte.

Da qui nasce l’interesse per una serie di leve ancora ritenute sottoutilizzate: marketing, impianti, esperienza degli spettatori, diritti televisivi internazionali, piattaforme di streaming, scouting e player trading. L’obiettivo non è soltanto possedere una società sportiva, ma aumentarne nel tempo il valore attraverso una crescita strutturale dei ricavi.

La presenza di grandi piattaforme come Apple, Amazon e Netflix nel settore dello streaming viene considerata uno degli elementi che potrebbero modificare ulteriormente il mercato. Allo stesso modo, l’approccio più analitico allo scouting e alla valorizzazione dei giocatori rappresenta una delle aree nelle quali i nuovi proprietari vedono margini di intervento.

Il nodo resta quello della sostenibilità finanziaria

La crescita degli investimenti stranieri non significa però automaticamente maggiore solidità dei club. Il tema centrale rimane quello del controllo finanziario. Il financial fair play introdotto dalla Uefa e dalle singole leghe non è ancora riuscito, secondo il quadro riportato dal Sole 24 Ore, a garantire un equilibrio pieno nei conti delle società.

La Uefa ha certificato per il 2025 perdite complessive dei club professionistici europei superiori al miliardo di euro, nonostante ricavi record arrivati a 30 miliardi. Un dato che mostra come l’aumento del fatturato non sia necessariamente sufficiente a garantire una gestione economicamente sostenibile.

Ancora più significativo è un altro elemento: tra i cinque club europei con le perdite maggiori, quattro sono a controllo americano. Il dato non dimostra da solo un rapporto diretto tra proprietà statunitense e risultati economici negativi, ma evidenzia una delle principali questioni aperte del nuovo modello.

La trasformazione della proprietà del calcio europeo appare dunque destinata a proseguire, sostenuta dalla disponibilità di capitali e dalla convinzione che il valore dei club possa crescere ancora. La Serie A e la Serie B si trovano in prima linea in questo processo, con 19 società su 40 già controllate da investitori esteri e una presenza americana largamente dominante.

Il dato più significativo non è soltanto la quota raggiunta oggi, ma la velocità con cui il fenomeno si è sviluppato. La fotografia della Serie A e della Serie B 2026/27 racconta un calcio italiano sempre meno legato esclusivamente al capitale nazionale e sempre più inserito in una dimensione finanziaria internazionale. Come emerge dall’analisi de Il Sole 24 Ore, la partita adesso si sposta sulla capacità di trasformare questi investimenti in crescita dei ricavi, competitività sportiva e sostenibilità dei bilanci.

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Stefano Bagliani
Stefano Bagliani

Caporedattore

Caporedattore di SetteCalcio.it | Giornalista Pubblicista iscritto all’Ordine dei Giornalisti dell’Umbria

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