La firma sul campionato in corso è già evidente. È quella di Daniele Orsato, nominato lo scorso luglio nuovo responsabile della CAN di Serie A e B al posto di Gianluca Rocchi. A poche settimane dal suo insediamento, il nuovo corso arbitrale ha introdotto una linea molto precisa: lasciare giocare, distinguere il fallo dal semplice contatto e riportare l'arbitro al centro della partita.
Ed è una filosofia che, per quanto mi riguarda, ha anche aspetti condivisibili. Il calcio ha bisogno di ritmo, di intensità, di meno interruzioni costruite attorno a contatti minimi e di una maggiore capacità dei giocatori di restare in piedi. Lo stesso Orsato ha spiegato che saranno sanzionati i falli, non i semplici contatti, mentre il VAR dovrà intervenire soltanto davanti a un chiaro ed evidente errore.
Meno fischi: la parte della rivoluzione che convince
Sul terreno di gioco la differenza si vede. Le partite hanno spesso maggiore continuità, gli arbitri lasciano correre situazioni che in passato potevano trasformarsi in una lunga serie di interruzioni e i calciatori sono chiamati a interpretare diversamente il contatto fisico.
È una direzione che può piacere. Anzi, personalmente la considero una delle parti più interessanti del nuovo corso. Il problema nasce quando la maggiore severità sulla soglia del fallo sembra trasformarsi, agli occhi di chi guarda, in una soglia altrettanto alta per chiedere l'intervento della tecnologia.
Orsato aveva chiarito già prima dell'inizio della stagione di voler utilizzare il VAR il meno possibile, puntando sulla precisione della decisione presa dall'arbitro in campo. L'idea è comprensibile: il VAR non deve diventare un secondo arbitro che dirige la partita dalla sala video.
Ma proprio qui si apre la questione centrale.
Il “solito Orsato” e quella personalità che torna a farsi vedere
Perché “il solito Orsato”? Perché, a mio avviso, in questo nuovo ruolo si intravede la stessa personalità che lo ha caratterizzato quando era arbitro. Una forte convinzione delle proprie idee, una grande centralità assegnata alla decisione presa in campo e una tendenza a considerare l'intervento esterno come qualcosa di eccezionale.
Da designatore, questa impostazione non è necessariamente un difetto. Anzi, avere una filosofia arbitrale riconoscibile può essere un punto di forza. Ma diventa discutibile quando la convinzione di una decisione presa sul terreno di gioco sembra prevalere anche davanti a immagini che meritano almeno una verifica.
Ed è qui che, secondo me, la polemica diventa legittima e comprensibile. Non perché si debba trasformare il VAR nel protagonista delle partite, ma esattamente per il motivo opposto: la tecnologia è stata introdotta per aiutare l'arbitro quando qualcosa di importante può essergli sfuggito.
Oristanio, Rowe e gli episodi che riaccendono il dibattito
L'episodio di Bologna-Torino è l'esempio più recente. Nel finale, il contatto tra Heggem e Oristanio ha provocato le proteste granata: il difensore tocca netto il piede di appoggio dell'attaccante e il VAR non ha richiamato l'arbitro Guida. Un evidente rigore sul quale si è clamorosamente sorvolato. Ma quando le immagini sembrano offrire un elemento decisivo, la domanda diventa inevitabile: perché non andare almeno a rivederlo?
Un altro episodio altrettanto clamoroso è accaduto in Juventus-Atalanta, dove non è stata punita la trattenuta di Kalulu su Rowe. Un caso netto che alimenta la discussione sulla soglia fissata per l'intervento della sala VAR.
Il VAR non deve dirigere, ma deve correggere
Ed è qui che arriva la mia domanda, molto semplice: a cosa serve il VAR se non viene utilizzato quando l'arbitro può aver commesso un errore importante?
Attenzione: non sto sostenendo che ogni contatto debba essere rivisto. Non lo penso affatto. Il nuovo metodo sui fischi mi piace, così come mi piace vedere arbitri che lasciano giocare e calciatori costretti a conquistarsi il fallo senza cercarlo a ogni minimo contatto.
Ma c'è un limite a tutto.
L'arbitro può sbagliare. È umano, succede e continuerà a succedere. Il VAR esiste proprio per correggere alcuni errori e il protocollo prevede il suo intervento nei casi di chiaro ed evidente errore. Lo stesso Orsato ha ribadito che il VAR deve essere un supporto eccezionale, ma deve entrare “nel momento in cui deve entrare”.
La tecnologia non dovrebbe togliere autorità all'arbitro: dovrebbe aumentare la possibilità che una decisione determinante sia corretta.
La vera sfida è trovare il confine
Il nuovo corso può quindi funzionare, ma deve trovare un equilibrio. Lasciare giocare non significa ignorare i falli. Difendere l'autorità dell'arbitro non significa impedire al VAR di intervenire quando le immagini mostrano un possibile errore determinante.
È proprio questo il punto sul quale la Serie A si sta dividendo. Da una parte c'è un calcio più fluido, con meno interruzioni e maggiore intensità. Dall'altra c'è la sensazione, alimentata da alcuni episodi, che la soglia per l'intervento del VAR sia diventata talmente alta da rischiare di vanificare parte della sua funzione.
Il problema, dunque, non è scegliere tra arbitro e tecnologia. Devono convivere. Mi piace il coraggio di Orsato nel cambiare una certa cultura del fischio, ma la personalità dell'arbitro non può diventare una barriera davanti a immagini che possono aiutare a correggere un errore.
Altrimenti il rischio è quello di passare da un eccesso all'altro: prima un VAR troppo presente, oggi un VAR quasi invisibile. E tra i due estremi dovrebbe esserci semplicemente una cosa: la decisione più corretta possibile. E' così difficile?







