Quando Gerry Cardinale sostiene che la Serie A un tempo occupava il posto oggi appartenente alla Premier League, il confronto non riguarda soltanto la qualità delle squadre. Il vero divario è strutturale.
Nel 2024/25 i club inglesi hanno generato complessivamente 6,8 miliardi di sterline di ricavi. Il campionato italiano ha superato i 4 miliardi di euro soltanto includendo la gestione dei calciatori: senza player trading, i ricavi ordinari sono rimasti intorno ai 3 miliardi. È una differenza che diventa decisiva quando apre il calciomercato.
Diritti TV, il primo vantaggio inglese
Nel 2024/25 la Premier League ha prodotto circa 3,4 miliardi di sterline di ricavi broadcast, mentre i diritti audiovisivi della Serie A hanno generato circa 1,5 miliardi di euro.
La forza inglese arriva anche dal mercato internazionale, dove il campionato è stato trasformato in un prodotto globale capace di distribuire risorse non soltanto alle squadre di vertice. Non è solo questione di cifre complessive: anche un club di fascia media può così affrontare operazioni da 25-30 milioni che per una big italiana richiedono più incastri tra cessioni, formule e ammortamenti.
Stadi, l'Italia monetizza meno
Il secondo problema è infrastrutturale. Tra il 2007 e il 2024 in Europa sono stati costruiti 226 nuovi stadi, mentre in Italia soltanto sei, e l'età media degli impianti di Serie A è di 56 anni.
Uno stadio moderno non significa soltanto più biglietti. Hospitality, aree VIP, naming rights, ristorazione, retail ed eventi permettono di generare ricavi durante tutto l'anno. È uno dei punti centrali anche nel progetto di Cardinale per il Milan: trasformare l'impianto in una fonte permanente di entrate, non soltanto nel luogo dove giocare ogni due settimane.
Sponsor e pubblico globale
La distanza emerge anche sul commerciale. Nel 2024/25 la Premier League ha generato circa 2,4 miliardi di sterline di ricavi commerciali, mentre in Serie A questa voce si è fermata intorno agli 803 milioni di euro secondo la riclassificazione dei bilanci dei club.
Sponsor, merchandising, partnership internazionali e pubblico globale permettono quindi al calcio inglese di monetizzare meglio la propria popolarità. È qui che entra l'analogia tra il calcio italiano e Hollywood prima di Netflix: avere storia e grandi marchi non basta se altri riescono a distribuire e vendere meglio il prodotto.
Come il gap diventa calciomercato
Questa differenza si vede chiaramente quando Milan, Juventus, Inter o Napoli cercano gli stessi giocatori dei club inglesi. Il problema non riguarda soltanto Manchester City, Liverpool o Arsenal: anche una società di metà classifica può avere ricavi sufficienti per offrire cartellini e stipendi difficili da sostenere in Italia.
Per il Milan diventano quindi centrali scouting e valorizzazione, perché individuare un talento prima che costi 40 o 50 milioni è più sostenibile che entrare nell'asta quando il mercato inglese ne ha già aumentato il prezzo. La Serie A continua inoltre a dipendere molto dal player trading: nel 2024/25 la gestione dei calciatori ha prodotto circa 1,035 miliardi di euro, in crescita del 33%, contribuendo in modo decisivo al superamento dei 4 miliardi complessivi.
Champions League e il piano rossonero
Per il Milan la Champions League diventa così una compensazione importante. Premi UEFA, botteghino, sponsor e visibilità internazionale permettono di ridurre una parte della distanza.
Nel 2025/26 l'assenza dalle coppe europee ha avuto un impatto stimato tra 70 e 80 milioni di euro di mancati introiti. La qualificazione, però, non può essere l'unica soluzione: può mancare, mentre TV, stadio e commerciale devono garantire entrate più stabili.
È questo il senso della strategia di Cardinale. L'obiettivo non è semplicemente spendere di più, ma aumentare quanto il club genera ogni anno per poter investire con continuità. Il vero gap con la Premier nasce quindi prima dell'offerta per un calciatore, nella quantità di denaro che una società riesce a produrre stabilmente prima ancora di entrare sul mercato.






